Davide Chiara, autore televisivo e sceneggiatore, ha scritto il suo primo romanzo Se solo mia madre sapesse, edito da Boopen LED, dieci anni dopo essere tornato dall’esperienza Erasmus vissuta a Salamanca. EuropeMe lo ha intervistato.

se_solo_mia_madre_sapesseDavide, perché hai deciso di fare l’Erasmus?
Mi chiederei piuttosto il contrario. Perché mai si dovrebbe rinunciare a un’esperienza unica e formativa come quella dell’Erasmus? Le uniche persone che conosco che vi hanno rinunciato o se ne stanno ancora pentendo o non lo sapevano (e se ne stanno ancora pentendo) o volevano laurearsi velocemente per entrare subito nel mondo del lavoro (e quindi se ne stanno pentendo ancora di più degli altri). Una cosa è certa: tutti coloro che lo hanno fatto invece lo ricordano come il momento più entusiasmante della propria vita giovanile, culturalmente ed emotivamente parlando. Io ci sono inciampato un po’ per caso, trascinato dai miei amici, e devo dire di aver dovuto mettere insieme parecchio del mio coraggio per intraprendere un viaggio così lungo in una città di cui allora non conoscevo neppure l’esistenza. Ma credo che l’Erasmus sia come mettere al mondo un figlio: comunque egli sia, tu sarai travolto da nuove emozioni e non te ne pentirai mai.

Che aspettative avevi prima della partenza?
Avevo poco più di vent’anni e non mi ero mai allontanato da casa, quindi la paura era il timore più grande. Tutto ciò che avrei trovato lì mi spaventava. Ma chi non ha paura prima di un grande amore, prima di intraprendere un nuovo lavoro, prima di fare una scelta importante? Ma è proprio questa paura che ci riempie di adrenalina e ci spinge a buttarci. Ecco perché non avevo la minima idea di ciò che mi avrebbe aspettato. E anche se ce l’avessi avuta, non sarebbe stata neppure la metà di quel che poi ha attraversato realmente il mio cammino. Lì in Erasmus c’era una parte della mia vita, la mia parte da adulto, che stava lì seduta ad aspettarmi: dovevo solo andarmela a prendere.

Dove sei stato e per quanto tempo?
Quasi un anno a Salamanca, in Spagna. Come ho detto prima, non conoscevo neppure l’esistenza di questa città. Sono partito un po’ all’avventura. Ma ho pensato che se proprio dovevo partire, tanto valeva gettarsi in qualche luogo sconosciuto, diverso, piuttosto che scegliere i soliti posti turistici e capitali viste e straviste. Salamanca è una città meravigliosa e tuttora vive nel mio cuore. Ecco perché non ho più osato ritornarci dopo la fine del mio Erasmus. La voglio ricordare così com’era. Sarei terribilmente geloso di vederla adesso in mano ad altri ragazzi Erasmus, sentendomi quindi estraneo in casa mia.

Com’è stato l’impatto all’arrivo?
Terribile. Dieci anni fa lo spagnolo non andava di moda come adesso e quindi io non conoscevo neppure una parola. Come succede spesso tra italiani, perciò, abbiamo fatto subito quadrato. Ben presto, però, davanti a noi si è aperto un mondo colmo di colori e odori di cui non immaginavamo l’esistenza, e pian piano ci siamo fatti trascinare. I primi giorni sono comunque stati difficili. Arrivi pieno di bagagli, senza conoscere nessuno, senza parlare la lingua, senza la minima idea di come funzioni la città e tu non hai neppure un tetto sotto il quale ripararti. Insomma, ho tenuto duro le prime settimane, ma se ci fosse stato un pulsante da premere per tornare immediatamente a casa e far finta di non essere mai stato lì, io lo avrei premuto.

Come descriveresti la quotidianità dell’Erasmus.
In una parola: imprevedibile! Per carità, ognuno ha vissuto il proprio Erasmus, diverso nelle tinte e nelle forme. C’era chi studiava, chi se ne fregava, chi si è innamorato, chi fuggiva l’amore, chi scappava da qualcosa, chi invece la cercava. Una cosa però la posso dire con certezza: qualsiasi vuoto tu volessi colmare a qualsiasi ora del giorno o della notte, beh, lui era lì che ti attendeva.

Qual è stato il ruolo e il peso dello studio durante l’esperienza Erasmus? Che cosa hai studiato? E hai avuto problemi con la convalida degli esami al rientro?
La mia esperienza di studio non è stata proprio entusiasmante, specie all’inizio. Volevo solo divertirmi, quindi l’università l’ho vista giusto in fotografia. I libri erano una specie di miraggio. Col passar dei mesi ho ritrovato la mia dimensione e qualcuno mi ha detto che in effetti eravamo lì anche per studiare, così ho cominciato a fare pure io la mia parte. Ho dato alcuni esami di Storia e Letteratura, che purtroppo ho dovuto integrare per buonissima parte al mio ritorno in Italia (ma ai miei tempi non esistevano i crediti e le università europee non si erano ancora uniformate in un unico sistema) e ho preso anche il DELE Superior, il diploma di lingua e cultura spagnola. Ovviamente questa è la mia esperienza personale. C’erano alcuni miei amici che studiavano peggio che in Italia, altri invece non hanno mai smesso di fare casino. Insomma, in Erasmus siamo quello che siamo nel nostro paese, moltiplicati però all’ennesima potenza.

 Com’è stato il ritorno in patria? Hai sofferto della depressione post-Erasmus?
Posso rispondere con un estratto del mio romanzo:

Mi chiesi se tutto questo avesse avuto un senso. Se l’Erasmus stesso lo avesse avuto. Okay, magari avevamo vissuto all’estero e imparato pure una nuova lingua. Magari avevamo visitato luoghi meravigliosi e conosciuto un sacco di gente interessante. Ma, per la miseria, valeva davvero la pena soffrire così tanto in nome di queste cose? Improvvisamente mi arrabbiai da morire. Ce l’avevo con l’università, coi miei genitori, con me stesso. Ce l’avevo col mondo intero. Non era stato giusto averci spedito fino a lì. Farci vivere esperienze memorabili, gioire, soffrire. E ora aspettarsi semplicemente di vederci tornare a casa, tranquilli, come se nulla fosse accaduto.
«Ma siamo pazzi?» feci mettendomi le mani tra i capelli. «Io non ho mica un interruttore nel cervello!»

Sei partito per altre esperienze all’estero?
Mi sono innamorato in Erasmus. Profondamente. Di una ragazza francese. E non sopportavo l’idea di starle lontano. Così sono andato a vivere in Francia dopo la Spagna e ho preso accordi con l’università di lì per studiare alcune materie. Ma credo che nessuna esperienza possa avvicinarsi alla freschezza che si prova durante l’Erasmus, nessuna. Quindi, per rispondere anche alla domanda di prima: la mia depressione post-erasmus l’ho vissuta al mio rientro dalla Francia, due anni dopo, non dalla Spagna. Ed è stata molto difficile da superare. Ma anche questo fa parte del nostro percorso formativo, no? Altrimenti non sarebbe così doloroso.

Qual è il ricordo più bello dell’Erasmus?
La totale spensieratezza. Per quanto io cercassi un problema che mi angosciasse, non riuscivo a trovarlo. Ero sereno. Tranquillo. Se vai in vacanza, sai che prima o poi il lavoro ti aspetta al tuo ritorno, invece in Erasmus pensi solo al presente. Del futuro te ne freghi. Ci sono troppi input ogni santo giorno per pensare a quel che devi fare domani. Almeno nei primi mesi è così.

Hai mantenuto i contatti con gli amici dell’Erasmus?
Purtroppo no. Ci sono state parecchie incomprensioni con alcuni amici, soprattutto con i miei coinquilini. E questa cosa mi ha provocato molto dolore. E ancora oggi è una cosa di cui mi spiace. Ma eravamo ragazzi, in preda a un turbine che ci aveva letteralmente travolto. E ci vuole una certa maturità per comprendere alcune dinamiche di vita. Nel nostro caso vivevamo troppo in simbiosi e quando poi ognuno di noi ha trovato l’amore, sono nate gelosie e stupidi conflitti. Saranno dieci anni che non ci sentiamo, ma ho tuttora uno splendido ricordo.

Qual è il tuo giudizio sull’esperienza: la rifaresti? La consigli?
A questo punto dell’intervista, mi sembra superflua come domanda: partite, voi che potete!!!

Come e in cosa ti ha cambiato l’Erasmus.
Da ragazzo mi ha trasformato in uomo. O almeno mi ha indicato una strada, quella che tuttora percorro.

Perché e quando hai deciso di scrivere un libro sulla Generazione Erasmus? E’ stato difficile trovare un editore?
Sinceramente non credo esista una Generazione Erasmus. La trovo riduttiva come definizione. Ogni esperienza è talmente diversa, complessa e personale che ho capito che l’Erasmus è forse uno dei mezzi più potenti che abbiamo per confrontarci con noi stessi. Per arrivare a diventare protagonisti delle nostre stesse vite. Un viaggio che è principalmente dentro noi stessi. Ecco perché ho aspettato ben 10 anni prima di sentirmi in grado di raccontare una storia. Il mio viaggio non era ancora finito. Avevo bisogno di quella distanza emotiva che mi desse modo di trasformare ciò che era soggettivo in oggettivo. Quindi la tua esperienza diventa comprensibile a tutti, anche a chi non è partito, anche a chi ne ha fatta una diversa. Ecco perché il mio romanzo è solo in parte autobiografico. La narrativa è la narrativa, la vita reale è la vita reale. Troppo spesso infatti si torna dall’Erasmus e ci si mette davanti al computer con la pretesa di avere qualcosa da raccontare. Beh, io credo che innanzitutto bisogna conoscere le modalità più corrette, il tema che vogliamo raccontare piuttosto che l’argomento. Ho studiato per diventare autore e sceneggiatore e solo quando mi sono sentito realmente in grado di possedere gli strumenti adatti per la narrazione mi sono dedicato a questa storia. Altrimenti trovare un editore diventa impossibile. Finisci nel calderone in mezzo a tutti i romanzi e i racconti sfornati sull’Erasmus.

Pensi che all’esterno arrivi il vero significato dell’esperienza? I media parlano degli Erasmus con cognizione di causa?
Quando lo feci io, dieci anni fa, la gente non sapeva neppure cos’era. Oggi invece temo possa perdere di valore. Troppe persone lo vedono come una perdita di tempo. Io non credo, anzi. Ma non mi preoccuperei troppo dei media, personalmente mi spaventa di più il giudizio di alcuni professori. Ti mandano all’estero a studiare e poi ti creano dei problemi per la convalida degli esami. Questa la dice lunga su un sacco di cose.

A chi consiglieresti il libro?
Io credo che un buon libro o un buon film debba essere per tutti. Personalmente guardo e leggo di tutto, al di là dei generi, al di là degli argomenti. Se una storia è interessante, ma soprattutto se è narrata nel modo corretto, allora vale la pena di essere ascoltata, da tutti. Io l’ho scritto con questo intento, poi non so se ci sono riuscito. Mi sembra che a questo punto vi resti soltanto un modo per scoprirlo…

* Il sito ufficiale di Davide Chiara *