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Uno sgabello e una piazza per svegliare i giovani

04Sep09

Uno sgabello e una piazza per svegliare i giovani
di Lorenzo Moroni

Cari Erasmus vi scrivo, così mi distraggo un po’.

Adottando l’inizio di una canzone che fu un tormentone per la generazione dei nostri fratelli maggiori, vorrei rendervi partecipi di un’iniziativa che ha catturato la mia attenzione. Un’iniziativa spontanea, non organizzata e di forte impatto culturale, come tante cui si può prender parte in una città dove la cultura fortunatamente e’ ancora padrona di casa: Bologna.

Un sabato, passeggiando per le strade del centro, spunto nella piazza centrale, piazza Maggiore. Vengo attirato da un gruppo disposto in circolo, creatosi spontaneamente. Mentre mi avvicino il gruppo tende  a farsi sempre più folto, come raccogliendo a spirale chi vi passa vicino. Un signore vestito modestamente parla al pubblico messo a cerchio, tra una pagina di giornale e un libro ingiallito dal tempo, dalla storia, dalla meditazione. Parla e lascia parlare. A patto che chi voglia esprimere il proprio pensiero salga su uno sgabellino.


Rimango affascinato, ad ascoltare. Il tipo di discussione ‘plebiscitaria’ mi ipnotizza: quest’uomo, dall’aspetto ordinario, non diverso da tanti altri che vanno a spasso per le piazze d’Italia in sabato pomeriggio, risveglia il mio istinto civico. L’assemblea si anima. Lo sgabello passa da un arco all’altro del cerchio, senza fare distinzioni di classe, di età, di sesso, senza sapere se da grande vorrai fare la velina o il calciatore.

Torno a casa e provo a leggere il giornale. Lo chiudo dopo 5 minuti, ripensando a quel sentimento perduto da tanto – troppo – tempo e che per alcuni istanti mi aveva infiammato durante il pubblico dibattito intorno allo sgabellino. Accendo la tv e la spengo dopo 3 minuti, pensando che quando ero in Erasmus  - e poi all’estero per la tesi  e di nuovo per il dottorato - le potenzialità che mi aveva offerto ciascun paese che mi aveva ospitato avevano suscitato in me lo stesso fuoco di quel seggiolino.

Vorrei prendere spunto da questa storia, per parlare con voi amici Erasmus. Siamo ormai tanti, appartenenti a diverse generazioni. Perche’ non riusciamo ad aiutare i nostri coetanei a svegliarsi dal torpore che li circonda salendo ognuno sul nostro sgabellino in ogni città di questo Paese?

Vorrei fare il primo passo, grazie all’opportunità’ che mi offre questo articolo: parliamo, riuniamoci, discutiamo. I mezzi sono tanti. E oggi le piazze sono reali e virtuali. Il futuro dipende da noi giovani, e’ nelle nostre mani. Evitiamo colleghi, amici e conoscenti rassegnati, senza speranze di cambiamento. Cambiamo la cultura per cui non si può costruire nulla se non si ha una conoscenza importante o se non si corrompono idee e comportamenti. Noi Erasmus lo abbiamo sperimentato in prima persona là dove siamo vissuti. Perche’ non possiamo trasferire le nostre esperienze in maniera costruttiva a chi in Erasmus non c’e’ stato?

Vedi, caro amico, cosa si deve inventare per poterci ridere sopra, per poter ancora sperare. Mi auguro di trovare nuovi sgabellini perche’ lo scambio di culture, di idee, di contaminazioni sia sempre fertile e non si faccia vincere dalla pigrizia, dalla disillusione, dal disfattismo.

Per il bene di noi tutti, Erasmus e non,  con i piedi ben piantati per terra e la testa che guarda lontano, ai cambiamenti del futuro.

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