Inauguriamo il blog di EuropeME con un’intervista a Lorenzo Moroni, che ha scritto nel 2003 il primo romanzo italiano sull’Erasmus: Generazione Erasmus.
Lorenzo, perché hai deciso di fare l’Erasmus?
L’Erasmus è venuto un po’ per caso e un po’ per curiosità: ero alla fine del terzo anno di università e avevo voglia di uscire di casa, di imparare meglio l’inglese, di conoscere un’altra cultura, anche se alla fine di culture ne ho conosciute molte di più.
Che aspettative avevi prima della partenza?
Le aspettative. Mah… divertirsi, conoscere, esplorare me stesso. Non avevo particolari aspettative: volevo essere più libero e indipendente. Poi ero pronto a prendere qualsiasi cosa a mente aperta.
Dove sei stato e per quanto tempo?
Ero in Svezia, a Goteborg, dove sono rimasto per un anno anche se l’esperienza all’estero è durata nel complesso un anno e mezzo. L’Erasmus di solito dura 6 mesi o un anno, ma io ho seguito un master che prevedeva un anno di corsi più 6 mesi di tesi sperimentale. Tornato a casa dall’anno di Erasmus in Svezia, ho finito gli esami in Italia e sono poi ripartito per fare la tesi, questa volta in America. Il mio libro parla di entrambe le esperienze.
Com’è stato l’impatto all’arrivo?
L’inizio è stato “tosto”. Io ero il classico bravo ragazzo cresciuto in famiglia ed ero abituato ad avere tutto pronto. Quindi l’inizio per me è stato piuttosto traumatico anche nelle cose più piccole e stupide, come fare la lavatrice e cucinare.
Poi sono capitato in uno studentato abbastanza isolato: avevo una stanza senza materasso e con un mobile rotto. Quindi diciamo che le prime impressioni sono state ancora più forti rispetto alle aspettative iniziali. In compenso ho conosciuto un mondo di gente sin dai primi giorni: bellissimo, un’esperienza indimenticabile. E questa componente sociale si è rivelata di gran lunga più intensa, andando al di là di qualsiasi aspettativa che potessi avere prima della partenza.
Come descriveresti la quotidianità dell’Erasmus?
La quotidianità dell’Erasmus varia da persona a persona; la mia era fatta di pause pranzo con gli amici che seguivano diversi corsi di laurea e che avevo conosciuto nelle prime settimane di adattamento; di altri corsi ed esercitazioni con i colleghi dell’università o di pomeriggi di studio passati in biblioteca con altri Erasmus.
Gli impegni della sera cambiavano di giorno in giorno: alcune volte rimanevo in casa tranquillo a cucinare, altre me ne andavo in qualche pub con gli amici o a giocare a biliardo nel nuovo studentato in cui mi ero trasferito nel frattempo. Più spesso nei weekend si organizzavano cene internazionali e si usciva per andare a ballare o a feste di altri studentati.
Qual è stato il ruolo e il peso dello studio durante l’esperienza Erasmus? Che cosa hai studiato? E hai avuto problemi con la convalida degli esami al rientro?
Nel mio caso lo studio ha avuto un peso maggiore che in altri casi. Si dice di solito che chi va in Erasmus studi poco o niente. Forse per alcuni è vero. Ma secondo la mia esperienza personale, io e i miei amici studiavamo il “giusto”: il sistema universitario all’estero è completamente diverso dal nostro, si è obbligati a studiare di giorno in giorno e, se si fa un’oretta di studio al giorno, alla fine si è preparati come se studiassimo notte e giorno l’ultima settimana prima dell’esame, come succede di frequente in Italia.
Mi sono laureato in Ingegneria biomedica e in Svezia ho fatto un master in Nanotecnologie. La convalida degli esami al rientro è stata una formalità, le uniche difficoltà le ho riscontrate prima della partenza: reperire tutti i professori dei corsi equivalenti, far firmare il modulo di adesione per sostituire il corso con il corrispettivo all’estero, trovare il referente Erasmus del mio corso in Italia… insomma la parte burocratica prima della partenza è complessa: spesso ci si può perdere in un bicchier d’acqua e bisogna essere molto motivati per risolvere tutte le pratiche.
Com’è stato il ritorno in patria? Hai sofferto della depressione post-Erasmus? Sei partito per altre esperienze all’estero?
Alla faccia della depressione post-Erasmus! Tornare a Milano è stato un bel trauma. Per carità, ero contentissimo di rivedere amici e famiglia, ma dopo qualche settimana ti accorgi che loro hanno fatto un percorso completamente diverso dal tuo e che ti manca quell’indipendenza che si conquista con tanta fatica nelle prime settimane all’estero ma che ci è tanto cara quando l’abbiamo fatta nostra. Anche per questo mi sono ritrovato spesso negli anni successivi a vivere all’estero: dopo l’America, dove ho studiato a Berkeley, in California, per 6 mesi, sono tornato a Milano e ci sono rimasto per un anno e mezzo per via del militare. Volevo rimanere e cercare un lavoro ma il lavoro non si trovava e così sono ripartito per un dottorato in Olanda. Sono rimasto lì per 4 anni, a Utrecht, vicino Amsterdam. Poi di nuovo negli Stati Uniti, a Baltimora per un anno. Ora vivo a Bologna, che è una bellissima città ma a dirla tutta non riconosco più il mio Paese. Volevo tornare in Italia per fermarmi qui definitivamente: scelta di cuore, sentivo la nostalgia delle radici e avevo paura di non aver più occasioni per farlo in futuro. Così ho accettato la prima offerta: dire che il lavoro qui è traumatico e drammatico per le sue condizioni non solo di precarietà – aggravato da piccole invidie, lentezze e gelosie – è dire poco. Probabilmente a fine anno torno all’estero.
Qual è il ricordo più bello dell’Erasmus? Hai mantenuto i contatti con gli amici dell’Erasmus?
Darti un solo ricordo più bello dell’Erasmus sminuirebbe l’esperienza. Penso sia stato l’anno più indimenticabile della mia vita e sono riuscito a mantenere parecchi contatti con gli amici conosciuti in Svezia. Alcuni li vedo più spesso di altri. La cosa meravigliosa è che anche se non ci si vede per anni, ad ogni nuovo incontro bastano cinque minuti per riacquistare quella complicità formatasi tanti anni prima.
Qual è il tuo giudizio sull’esperienza: la rifaresti? La consigli? Come e in cosa ti ha cambiato l’Erasmus.
L’esperienza, come ho detto prima, è indimenticabile. La rifarei senz’altro e la consiglio vivamente ma metto in guardia chi ci si sta avvicinando adesso: se fate quest’esperienza, fate una scelta che vi cambierà la vita e probabilmente dopo l’Italia vi starà stretta.
Da quanto ho detto avrai capito che l’Erasmus mi ha cambiato nel modo di pensare. Per me ora non ci sono più confini. Mi sento italiano ma più ancora mi sento europeo. Se domani mi offrissero un posto interessante in Indonesia e ci fossero le condizioni perché anche la mia ragazza si potesse trasferire con me, accetterei senza problemi. Passare dall’italiano, all’inglese, allo spagnolo nel giro di due parole non è più un blocco e in casa mia ci sono molti oggetti di culture diverse. Sono aperto a tutto.
Perché hai deciso di scrivere un libro sulla Generazione Erasmus? E’ stato difficile trovare un editore?
Quando sono tornato in Italia dopo la prima esperienza americana, aspettavo la chiamata per il servizio militare e, riordinando i vari ricordi, ho cercato di fissare le mie emozioni su carta. All’inizio era un progetto solo per me stesso. Poi mi sono detto: perché non tentare un concorso letterario? Non ho nulla da perdere. Così ho partecipato a un concorso, che ho vinto: il premio è stata la pubblicazione del libro.
Ho cercato anche altri editori ma tanti ti chiedono di pagare le prime 100 copie, una follia secondo me: sono un signor nessuno, non Umberto Eco. In ogni caso sono riuscito a realizzare il mio sogno e a pubblicare Generazione Erasmus grazie alla partecipazione al concorso letterario. Il libro non dovrebbe neanche più essere in vendita.
Ad ogni modo sto pensando di pubblicarlo su lulu.com, dovrebbe essere già disponibile per essere scaricato in pdf e per essere acquistato su “carta”.
A chi consiglieresti il libro?
Lo consiglio a chi ha voglia di farsi una lettura spensierata sulle emozioni e le esperienze di un ragazzo mosso dalla voglia di viaggiare e conoscere sempre nuovi amici. Perché il resto passa ma gli amici rimangono.
Pensi che all’esterno arrivi il vero significato dell’esperienza? I media parlano degli Erasmus con cognizione di causa?
I media parlano poco dell’Erasmus: purtroppo parlano solo dei reality e di litigi che fanno “tendenza”. Se raccontassero dell’Erasmus mi piacerebbe che potessero offrire ai ragazzi un servizio sulle varie località e università dove è possibile studiare, magari arricchito da testimonianze di ragazzi che sono stati in quei luoghi: una sorta di “Kilimangiaro” per gli Erasmus.



